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Il mio “maestro”, o meglio, la mia “maestra”, è la mia migliore amica. Ho avuto tanti esempi, tanti modelli di vita da cui prendere spunto per migliorarmi, ma da qualche tempo è lei la persona che ammiro di più e a cui vorrei assomigliare di più. Questa è una storia che inizia relativamente poco tempo fa, circa due anni e mezzo, ma che per me è ricca di significato sotto ogni punto di vista: lei mi ha aiutata tanto e si è fatta aiutare altrettanto, mi ha fatta sentire finalmente capita e mi ha accompagnata nei momenti di crescita.
Questo testo è sì un compito, ma anche, e oserei dire soprattutto, un modo per condividere e finalmente mettere nero su bianco quanto di buono ho trovato in un momento in cui il mondo mi diceva di no.
Francesca è la ragazza a cui sono più grata, eternamente grata; è colei che dal primo giorno ha capovolto la mia vita, ha cambiato totalmente il mio modo di pensare e di vedere la realtà, sempre con un pizzico di fantasia; ha colorato il mio mondo, che ormai stava diventando sempre più bianco e nero. Lei è quella persona che, proprio come una scarica elettrica, ha riportato la luce nel temporale che era la mia vita. È arrivata senza preavviso e da allora non se ne è più andata. Per questo le sono grata ogni giorno.
In una delle sue poesie, Franco Battiato scrive: “Quando incontri qualcuno, ricorda che è un incontro sacro. Come lo vedi, Ti vedi. Come lo tratti, Ti tratti. Come lo pensi, Ti pensi. Ricorda che attraverso di lui o ti perderai o ti ritroverai.”
Quando ero più piccola non prestavo molta attenzione agli incontri, le persone nella mia vita erano lì perché c’erano da sempre o perché ero stata in qualche modo costretta ad incontrarle, basti pensare ai compagni di classe. Non avevo mai avuto qualcuno, un amico, che potessi definire “mio”. C’era chi andava e chi veniva, di solito chi arrivava era solo di passaggio, non mi tenevo strette le persone: “Non ho mai detto resta se potevo dire addio” cantava Michele Bravi.
Quando ho incontrato Francesca tutto è cambiato. Avevo dodici anni, facevo atletica già da un anno e, come sempre, non ero amica di qualcuno in particolare. I miei compagni di squadra erano solo compagni di squadra: ci allenavamo insieme, tutto qui. Poi un giorno di settembre una nuova atleta si è unita al gruppo, abbiamo iniziato a parlare e abbiamo scoperto sempre più cose in comune. Non ci eravamo incontrate neanche due ore prima, eppure era come se ci conoscessimo da sempre: lei era la parte di me che mi mancava.
Per me era un momento piuttosto difficile, avevo perso da poco mio nonno e questo aveva lasciato in me un vuoto. Francesca ha subito notato quel vuoto e l’ha illuminato come solo lei sa fare: semplicemente dimostrando un “io ci sono”. Quelle parole non dette mi hanno salvata.
Già in quel primo momento lei mi aveva cambiata. Avevo finalmente capito che bisogna cercare persone per cui vale la pena lottare, e difendere ad ogni costo il rapporto che si crea. Avevo finalmente capito che ci sono alcune persone che non arrivano per caso, arrivano quando meno te lo aspetti, quando hai più bisogno di qualcuno che ti dica “non sei sola”. Da quel giorno ho capito avere un’amica, una migliore amica, da poter definire mia. E non l’avrei lasciata andare come avevo fatto con fin troppe persone.
La nostra amicizia è stata piena di alti e bassi fino ad ora, e forse è proprio questo che l’ha resa così forte: spesso ho come la sensazione che durerà in eterno, e devo dire che spero vivamente sia così. Dopo un anno di sport insieme, Francesca ha purtroppo dovuto smettere, ma la nostra amicizia non è finita. Avevo giurato a me stessa che non l'avrei lasciata andare, e mantenni la promessa: anche se non era lo stesso, continuammo a parlare per telefono, soprattutto tramite messaggi. Non sentire la voce di qualcuno così importante per così tanto tempo è stato difficile, sì, ma ha trasformato un periodo buio in un’infinita attesa verso qualcosa. Ancora non sapevo cosa, ma sapevo che qualcosa c’era da aspettare. Sapevo che un giorno ci saremmo viste di nuovo, avremmo di nuovo parlato per ore senza stancarci, i silenzi non sarebbero stati strani... O forse no, quel giorno non arrivava mai. Aspettammo e aspettammo, ma nulla ci riportava alla “normalità”. Anzi, una situazione tutt’altro che normale era diventata la routine. E mi ci stavo abituando. Fino a un anno dopo: a luglio 2024 ci siamo finalmente riviste. I problemi erano dietro l’angolo, i mesi successivi sarebbero stati un inferno, ma non mi importava, quel giorno esisteva soltanto un’amicizia che aveva aspettato troppo a lungo.
Dopo quel giorno non ci siamo viste per altri mesi tormentati da mille difficoltà. Durante i periodi bui Francesca c’era sempre, mi ha sostenuta quando non avevo la forza di andare avanti, mi ha mostrato la luce infondo al tunnel, ha bilanciato la mia zattera mentre affondava. È in quei momenti che ho capito chi volevo essere, probabilmente anche, o soprattutto, grazie alla mia migliore amica.
Quando purtroppo è stato il suo turno nell’oscurità, ho fatto del mio meglio per starle vicino e restituirle il bagliore che mi aveva prestato. Mi faceva male vederla così, eppure sapevo che avrei fatto qualsiasi cosa se questa sarebbe servita a farla stare meglio. Glielo dovevo.
È vero quello che dicono: "non è vero che un vero amico lo vedi nel momento del bisogno: un vero amico lo vedi sempre."
Francesca è l’unica persona che ha sempre rappresentato questa frase: qualsiasi cosa succeda, bella o brutta che sia, lei c’è. E non solo: lei c’è e riesce a vedere sempre il lato positivo delle cose, continua a mostrarmi la luce e, quando la luce non c’è, è lei a illuminare le tenebre. Sono sicura che se la teoria platonica delle anime gemelle venisse applicata all’amicizia, Francesca sarebbe la mia parte complementare, e sono fiera di potermi probabilmente definire la sua.